Il Sentiero Del Cane

scritto da Andy_Phin
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Autore del testo Andy_Phin

Testo: Il Sentiero Del Cane
di Andy_Phin

Faceva troppo freddo per uscire dal letto.

Con la testa sul cuscino e la coperta tirata su a coprirgli il naso, poteva vedere i disegni del ghiaccio aggrappato agli angoli della finestra.

Era tornato da due giorni e non c’era stato verso di riuscire a far partire la caldaia. Di legna sotto la tettoia del magazzino neanche a parlarne. Del resto suo nonno era morto a inizio estate, quattro anni prima. 

Ci aveva pensato a chiedere un permesso per poter andare al funerale. Ma lui lo avrebbe voluto? L’ultima cosa che gli aveva detto, sette anni prima di morire, era stato “sei proprio figlio di tuo padre”. Poi aveva girato le spalle e se n’era andato, lasciandolo da solo a guardare il ritratto del presidente della repubblica con l’espressione severa appeso alla parete della caserma, dietro la scrivania.

La gente del paese cosa avrebbe detto vedendolo nella piccola chiesa di San Giuliano. Avrebbero mormorato le comari, i pensionati dell’osteria di Domenico, il prete lo avrebbe guardato dall’alto del pulpito con disprezzo. 

Volevano tutti bene a suo nonno Gianni. Era uno con la schiena dritta, una pasta d’uomo, lavoratore. Aveva tirato su quel nipote come se fosse suo figlio. Con quel padre buono a nulla  morto di overdose a poco più di trent’anni, e la madre, sua figlia, scappata con un altro scapestrato in Francia, lasciando l’università e un figlio che ancora nemmeno parlava. E ora eccolo là quel nipote, dopo tanti sacrifici del povero Gianni, in permesso speciale per il funerale del nonno. Gli avrebbero contato le lacrime, pesata una ad una. Mai abbastanza avrebbero detto, per quello che ha fatto quell’uomo per te. Si spezzava la schiena dietro alle pecore il vecchio Gianni. Mai una vacanza, nemmeno un pranzo in trattoria si era concesso. 

Eccolo là, è proprio figlio di suo padre. E per tutti, lui compreso, non c’era insulto peggiore.

No, meglio restare in galera.

Alla fine si alzò. La camera era rimasta la stessa. C’erano i poster degli AC/DC, uno di Freddy Kruger che lasciava quattro squarci insanguinati sul foglio coi suoi artigli d’acciaio e, infine quello di Pamela Anderson che ammiccava in costume da bagno da guardaspiaggia. Provò un po’ di tenerezza per il ragazzo che aveva appeso quei poster e per quel mondo che ormai non esisteva più.

Con la bombola del gas, in cucina, aveva avuto fortuna. Ne era rimasta più di metà e si poteva preparare il caffè mentre si scaldava le mani vicino alla fiamma. 

A parte il caffè, non c’era niente di commestibile in casa dopo tutti quegli anni. Solo tanta polvere ovunque. Il giorno prima aveva mangiato la mezza pagnotta e il pezzo di formaggio che gli restavano. Li aveva presi in un negozio di alimentari mentre aspettava il pullman. 

Sentiva i morsi della fame e il caffè buttato giù amaro non li mitigava affatto. Doveva rimediare qualcosa da mangiare. Si svuotò le tasche e raccattò solo poche monete. Troppo poco per un pasto decente.

Uscì di casa. Il lato esterno del portone di legno, rivolto a sud, era scrostato dal sole di troppe estati. E così gli scuri delle finestre. Mentre la calce delle pareti cominciava a staccarsi in grosse placche, che disegnavano crepe simili ad alvei di fiumi su una mappa.

L’inverno era quasi alla fine e ora che il sole stava salendo da dietro le colline dell’entroterra, l’aria si riscaldava e la brina mattutina restava isolata in zone d’ombra sempre più esigue.

Scese il sentiero carrabile, che portava giù verso il cancello arrugginito e la stretta strada, ora asfaltata, che lui ricordava bianca e con buche simili a crateri. Un tempo le aveva conosciute una ad una quelle buche. Avrebbe potuto dare a ciascuna un nome diverso, per la loro forma, la posizione, la profondità. Percorreva quella stradina con la sua vespa dal motore truccato danzando intorno ai dislivelli con la grazia di una pattinatrice.

Giunto all’asfalto nero e liscio come una scia di petrolio, si girò a guardare la casa.

Era appollaiata su una collinetta erbosa. Sul lato a ovest godeva dell’ombra di un grande leccio. Una stradina carrabile, due strisce bianche separate da una linea d’erba nel mezzo, seguiva dolcemente il fianco della collina in una lunga curva a destra per smorzare la pendenza, dal cancello, fin su davanti alla casa. Da sotto l’albero invece, partiva una linea marrone scuro, che scendeva dritta, verticale, squarciando il manto erboso come una cicatrice sul dorso della collina. 

Gli sembrava di vedere ancora il grosso pastore maremmano che correva su e giù per quel sentiero che aveva scavato egli stesso negli anni e piazzarsi seduto sotto al vecchio albero, per avere la visuale su tutti i paraggi. Si chiese che fine avesse fatto il cane dopo che fosse morto suo nonno. Calcolò che avrebbe dovuto avere sedici o diciassette anni ed era con tutta probabilità morto anche lui.

Si incamminò in direzione della provinciale. Dall’altra parte la strada moriva un paio di chilometri più avanti. Si guardava intorno, cercando di ricordare il profilo delle colline, la posizione degli alberi spogli o con qualche ciuffo di foglie secche ancora appese a penzolare. 

All’improvviso un grosso furgone nero, un van nuovo, lucido e con i finestrini scuri, arrivò a tutta velocità dalla direzione opposta. Continuò verso la fine della strada dopo avergli buttato addosso una sventagliata di aria fredda e foglie secche.

Si girò a guardarlo sorpreso mentre si allontanava, chiedendosi dove diavolo andasse a ficcarsi alla fine di quella strada in mezzo alla campagna.

Dopo una passeggiata di un quarto d’ora, con lo stomaco che borbottava per la fame, arrivò all’altezza della fattoria di Oreste. Guardò la casa da lontano. Era rimasta come se la ricordava, con quel rosso mattone sbiadito che forse aveva ceduto qualche spazio in più alla calce sottostante. Sembrava abitata, gli scuri erano aperti e si vedevano le tendine bianche appese alle finestre. Oreste non si era mai sposato, viveva da solo, e da quello che ricordava doveva avere pressappoco l'età di suo nonno.

Lo conosceva da quando era venuto al mondo. Non si poteva dire che Oreste e suo nonno fossero proprio amici. Ma avevano rapporti cordiali. Si fermavano a chiacchierare se si incrociavano, e si scambiavano favori spesso e volentieri. 

Restò in bilico se farsi avanti e andargli a chiedere qualcosa da mangiare. Ma la vergogna lo ricacciò indietro. La vergogna per essere un fallito, un morto di fame. Ma più ancora quella che provava per ciò che aveva fatto a suo nonno. Per come sentiva di averlo tradito. Per quello che poteva pensare di lui quella gente, per la quale fatica e sudore erano sacri, come il pane che servivano a guadagnare.

Lasciò perdere la sua debole intenzione. Continuò invece a camminare in un ampio cerchio intorno alla fattoria.

Arrivò sul fianco che costeggiava lo steccato, separando il vasto cortile dell’abitazione dalle campagne circostanti. La casa distava un centinaio di metri, e tutto intorno non si vedeva nessun movimento. Più vicino, quasi addossato alla recinzione, c’era una baracca con le pareti di vecchie assi di legno grezzo e il tetto di lamiera ondulata chiazzata di ruggine. Dall’interno del casotto sentì l’inconfondibile chiocciare delle galline. Fece il giro del pollaio, muovendosi silenzioso, ed entrò aprendo cautamente il cancelletto di rete zincata. Le galline cominciarono a schiamazzare più forte, sbattendo le ali avanti e indietro. Dovette trattenere il respiro per l’odore pungente e terroso del guano. 

Si fermò un istante e guardò di nuovo in direzione della casa. Tutto immobile, nessuno scostare di tende.

Si avvicinò alle galline che stavano covando, le scacciò con la mano e trovò una decina di uova. Se ne mise quattro in entrambe le tasche del giaccone, facendo attenzione a non romperle. Uscì e passò dall’altra parte della baracca, dove c’era una tettoia. Sopra una mensola, coperte da sacchi di juta, c’erano delle cassette di legno. Scostò i sacchi e vi trovò delle patate. Ne prese alcune più piccole e se le ficcò nelle tasche dei pantaloni. Poi una grossa la infilò nella tasca interna del giaccone.

Si guardò un’ultima volta indietro, attraversò lo steccato passando tra le assi, e ritornò verso casa a passo svelto sentendo i fuochi d’artificio nello stomaco che già pregustava l’agognato pasto.



Si fece bastare uova e patate per due giorni. Si scaldava col camino. Per accenderlo aveva schiodato alcune assi dal vecchio magazzino. Poi aveva sfasciato una porta e fatto a pezzi un tavolo.

Legna e cibo finirono presto e la fame tornò più forte di prima.

Stavolta aspettò la sera. Aveva trovato un sacco polveroso sempre nel magazzino, lo aveva scrollato per bene, e lo aveva avvolto su sé stesso.

Si avviò con passo furtivo verso la fattoria di Oreste. In cielo brillavano solo le stelle e camminando velocemente gli si condensava il fiato davanti al viso.  

Inaspettatamente la strada fu invasa dagli abbaglianti di un’auto, che illuminarono a giorno l’asfalto nero e lucido. 

Fece appena in tempo a scostarsi per mettersi dietro a un albero e una grossa berlina scura sfrecciò infrangendo il silenzio della sera, fino a perdersi dietro al buio della collina.

Con una certa inquietudine tornò a chiedersi cosa significasse quel traffico in una strada cieca di campagna. Dove diavolo andavano quelle auto?

Arrivò di nuovo dietro al pollaio. La casa di Oreste era avvolta nel silenzio. Le finestre erano buie e con le imposte chiuse. Entrò di soppiatto nella baracca e questa volta lo schiamazzo delle galline fu più contenuto. Ne prese un paio per il collo, le ficcò dentro al sacco in uno sbattere frenetico d’ali che gli soffiava in faccia l’aria carica di ammoniaca. Uscendo passò sotto la tettoia, prese qualche altra patata e la buttò dentro al sacco insieme alle galline.

Ritornò verso casa e, all’ingresso del cancello esitò, guardando nella direzione dove proseguiva la strada. Oltre il fianco della collina, dove c’erano i vasti terreni che suo nonno e altri pastori usavano come pascoli per le pecore, si intravedeva un tenue bagliore. Sostò un momento, cercando di mettere a fuoco. Poi tornò dentro.

La mattina, dopo aver fatto a pezzi un paio di metri di steccato che dava verso le campagne dell’interno, accese il camino e si mise a pulire le due galline.

A pranzo mangiò la carne dura e stoppacciosa della gallina arrosto con patate, scaldandosi davanti al fuoco e chiedendosi quanto poteva andare avanti così. Durante tutti gli anni di galera non aveva desiderato altro che di poter uscire, tornare a casa. Adesso si sentiva completamente perso e rimpiangeva la sicurezza del carcere. Possibile che tre pasti al giorno e un paio di elementi in ghisa di termosifone valessero più della libertà?

Dopo pranzo, approfittando del calore del sole, si spinse in una passeggiata verso la fine della strada. Costeggiò il lungo fianco della collina, dove lo sguardo cominciava a spaziare verso quelli che, un tempo, erano stati i pascoli dove suo nonno lasciava brucare le pecore. Notò che il terreno, prima aperto, ora era racchiuso da un’alta recinzione accompagnata da una lunga e folta siepe di lauro.

La strada finiva improvvisamente, interrotta da una sbarra azionata da un motore elettrico, un cartello intimava di non attraversarla e informava della presenza di telecamere a circuito chiuso.

Si fermò, e cercò di guardare lontano fin dove riusciva. Intravedeva delle costruzioni in lontananza. Una più grossa a due piani al centro, circondata a raggiera da altre costruzioni più piccole, ognuna delle quali aveva una piscina che spiccava tra il verde del prato inglese.

Ritornò sui suoi passi senza essere riuscito a scoprire un granché, se non che da quella parte tutto era molto diverso da come se lo ricordava. Gli sterminati pascoli dove il pastore maremmano correva avanti e indietro intorno alle pecore, erano ormai andati.

Meditò se rientrare ma la legna era finita e quella casa era una vera ghiacciaia.

Così allungò la camminata fino alla fattoria di Oreste. Stavolta il vecchio era fuori, nel cortile, intento a spaccare dei grossi ceppi di legno con un’accetta. Ogni colpo che abbassava si fermava qualche secondo per riprendere fiato. Poi si girò nella direzione della strada e lo vide, lì fermo davanti al cancello.

Lui alzò una mano in segno di saluto e non si mosse.

Così il vecchio cominciò a camminare lentamente nella sua direzione, aiutandosi con l’accetta come fosse un bastone.

“Buongiorno Oreste, ti ricordi di me?” gli chiese quando quello arrivò abbastanza vicino.

L’uomo si fermò e lo squadrò con gli occhi socchiusi. Il volto rugoso non tradiva nessuna espressione.

“Certo che mi ricordo” rispose alla fine “sei il nipote del povero Gianni. Com’è che sei fuori, hai finito la tua vacanza?” gli chiese con tono sarcastico.

“Si è finita” rispose lui secco. Poi riprese cambiando argomento “Senti ho visto che hai parecchia legna lì da spaccare. Cosa ne dici se ti do una mano?”

Il viso del vecchio tradì un’espressione accigliata. “Come mai?” lo interrogò “non ti è mai andato di lavorare, ti avranno mica fatto venire la voglia al fresco”.

Non cercò di inventarsi scuse e rispose sincero “mi chiedevo se in cambio mi potresti dare un po’ della tua legna. Sai fa piuttosto freddo da me”.

Oreste annuì lentamente, socchiudendo le labbra in un sorriso che mostrò i pochi denti rimasti “Ah è il freddo allora che ti ha messo voglia di lavorare. Bene, bene. Prendi questa allora, vedrai che bella sudata che ti farai” e così dicendo gli porse il manico dell’accetta.

Cominciò a lavorare alacremente. Dapprima si tolse il giaccone, dopo un po’ si spogliò anche della felpa. Trascorso un quarto d’ora anche la maglietta a maniche corte che indossava era zuppa di sudore nonostante il freddo del pomeriggio invernale. Sentì tutti i muscoli del corpo che si risvegliavano dopo anni di inattività. All’inizio era inebriato dallo sforzo fisico, una sensazione che non ricordava più. Dopo un po’ subentrò la fatica, il fiato si fece più corto, il sudore gli colava sulla faccia, dentro la maglietta. I muscoli cominciavano a dolere, poi li sentì intorpiditi, come anestetizzati, ma ancora non si fermava. Si accorse soltanto vagamente che tutti i suoi problemi non erano più così importanti mentre faticava, spaccando un ciocco dopo l’altro, ritmicamente. Quasi fosse il ritmo lento di un tamburo tribale. Non contava più la fame, il freddo, sentirsi abbandonato, un traditore, un reietto. Continuava a spaccare legna, con colpi decisi, violenti. Ogni colpo che assestava era una liberazione e più aumentava il dolore, di pari passo aumentava la sua foga. Il manico cominciava a scivolargli dalle mani, dovette asciugarsi i palmi pulsanti e arrossati dalle vesciche sui pantaloni.

E in tutto questo il vecchio Oreste lo osservava un po’ discosto fumando la sua pipa e sorrideva. Guardava il suo corpo che fumava per il sudore che evaporava nell’aria fredda e vedeva il fuoco catartico della fatica ardere in lui. Un uomo non sa quale sia il potere di uno sforzo estremo di ripulire l’anima finché non lo prova su sé stesso.

“Direi che per oggi può bastare” lo interruppe Il vecchio dopo un po’.

Lui si fermò, lasciando l’accetta piantata nel grosso ceppo. Le braccia gli tremavano dallo sforzo e si accorse di non riuscire più a serrare le mani tanto erano indolenzite.

Oreste intanto era entrato in casa e lo aveva lasciato lì ad annaspare mentre si riprendeva. Quando uscì gli porse una bottiglia d’acqua e un asciugamano "togliti quella maglietta” gli disse “e asciugati prima di rivestirti o ti verrà una polmonite”.

Si scolò tutta la bottiglia in un paio di sorsi, poi si asciugò e si rivestì, mentre il vecchio stava lì a guardarlo fumando.

“Ora se vuoi, puoi riempirti quella carriola con tutta la legna che riesci a farci stare. Poi riporta la carriola, se vuoi prenderti altra legna”

Mentre lavorava piano, inginocchio, incastrando lentamente i pezzi di legna con le mani rattrappite, Oreste era rientrato un’altra volta in casa. Uscì quando stava sistemando gli ultimi ciocchi in cima alla carriola, portando una cesta coperta da un canovaccio in mano. La appoggiò sopra la carriola e non disse niente.

“Che cos’è” gli chiese incuriosito.

“Un po’ di roba da mangiare” rispose l’altro “così lasci stare le galline” gli intimò coi torvi occhi rugosi piantati su di lui.

Sentì la vergogna avvampargli il viso, e calò istintivamente lo sguardo. “Scusa” disse soltanto “avevo fame”.

“Se ti avessi beccato ti avrei impallinato, questo lo sai vero?”

Annuì sempre senza guardarlo.

“Oggi hai fatto un buon lavoro, domani riposati. Ci vediamo dopodomani. Riportami la cesta che me la sono intrecciata io quella”.

Tornato a casa non accese il camino, né mangiò nulla dalla cesta. Ma si addormentò sul letto stremato dallo sforzo, senza neppure togliersi i vestiti. 

Il giorno successivo si svegliò con il sole già alto sopra le colline. Si accorse di riuscire a malapena a muoversi. Le braccia, le spalle, il petto, l’addome, ogni muscolo del suo corpo mandava un dolore acuto al minimo movimento. Riuscì comunque a spogliarsi e dopo essersi lavato con l’acqua fredda del pozzo si sentì molto meglio. Si rivestì. Notò che anche la fame era diversa dopo l’estenuante fatica. Non era brama di cibo ma bisogno di nutrimento.

Sollevò il canovaccio dal cesto di Oreste, ne scoprì un’autentica cornucopia delle meraviglie. C’era un’intera pagnotta, mezza forma di formaggio di pecora, due file di salsicce, un salame, un vasetto con dei pomodori secchi sott’olio, un vaso di miele e persino una bottiglia di olio di oliva. Gli salirono le lacrime agli occhi davanti a tutto quel ben di Dio. Ringraziò senza sapere bene chi, e cominciò a mangiare.

Più tardi salì nella camera di suo nonno. Lì dentro sembrava che il tempo si fosse fermato. I vecchi mobili di noce erano ancora intatti, solo un po’ tarlati. Aprì i cassetti del comò ed esplorò i vari cimeli. Le fotografie, un paio di orologi, un lungo coltello da caccia, qualche cravatta piegata, dei gemelli d’avorio e altri oggetti. Poi c’era lei, la sua vecchia pipa di radica. La prese, e ne saggiò la liscia levigatura, ne osservò le venature, poté sentire ancora l’odore dell’antico tabacco bruciato nel suo fornello. Quante volte lo aveva osservato seduto fuori, sulla panca di legno, assorto quasi in stato meditativo a fumare la sua pipa. Se la mise in tasca e andò verso il grosso armadio. Ricordava che suo nonno non voleva che ficcasse il naso lì dentro, si era sempre chiesto per quale motivo. Lo aprì, vi trovò soltanto vecchi vestiti ancora impregnati dall’odore di naftalina. Prese una camicia e un maglione di lana. Gli diede una scrollata per togliere la polvere e li indossò.

Verso il tramonto uscì, e si sedette sulla vecchia panca di legno, sempre lì al suo posto, addossata al muro della casa rivolto a ovest. 

Sotto al grande leccio si immaginava ancora la sagoma candida del pastore maremmano  composto, come una sfinge a contemplare la collina. Poco sopra il cielo era brulicante di nubi dense e rossastre. Tutte le creature tacevano e il silenzio sembrava compatto, quasi palpabile. Prese la pipa dalla tasca e se la rigirò in mano. Provò il desiderio di avere del tabacco da fumare, anche se non aveva mai fumato in vita sua. Si sentiva stranamente calmo. Una sconosciuta forma di pace aveva trovato spazio dentro di lui. Respirava piano e guardava le stelle accendersi in cielo, una ad una. Annusò l’aria, e sentì quell’indescrivibile carica tipica delle sere alle porte della primavera.

Si sentì il rombo di un’auto in lontananza.

Il suono aumentò di intensità, gli abbaglianti dell’auto illuminarono il versante buio della collina. Passò veloce prima una berlina scura, seguita da un van, e si persero insieme al rumore dietro alla curva più avanti.

Il giorno seguente tornò da Oreste. 

Il vecchio era ancora in casa, ma trovò, vicino all’accetta, un paio di robusti guanti da lavoro. Lì indossò e iniziò a spaccare legna a ritmo lento e regolare. Stavolta lavorò con maggiore giudizio: facendo economia nei movimenti, risparmiando fiato e forza. Il primo colpo gli serviva soltanto per piantare saldamente la lama nel legno, col secondo colpo era il peso del ciocco stesso a portarlo giù e farlo spaccare a metà.

Quando Oreste uscì si limitò a salutarlo con la mano. Portò dentro la cesta che gli aveva lasciato davanti alla porta, poi si mise a sbrigare altre faccende, come se lui non ci fosse. Del resto lui non si fermò, salvo il gesto di risposta al saluto, continuò a spaccare legno con ritmo costante.

Primo colpo: rumore sordo delle lama che entra, secondo colpo: crack secco e il suono ciottoloso dei pezzi che cadono.

Quando il mucchio della legna spaccata cominciò a farsi voluminoso, Oreste gli si avvicinò porgendogli la bottiglia d’acqua. Lui si asciugò il sudore che grondava dalla fronte e bevve copiosamente.

“Che fine ha fatto il cane?” chiese al vecchio, dopo essersi passato l'avambraccio sulla bocca per asciugarsi.

“Intendi il pastore di Gianni? È morto lo scorso anno, è campato parecchio per la sua razza. L’ho seppellito lì dove l’ho trovato, sotto al grande albero davanti casa. Ci avevo provato a portarlo da me dopo che Gianni se n’è andato. Ma non c’era niente da fare. Era un testardo. Continuava a fare su e giù per quella collinetta, lungo quel sentiero che ha scavato negli anni. Ritornava sempre lì, sotto l'albero. Così l’ho lasciato stare, gli portavo da mangiare tutti i giorni, si faceva fare un paio di carezze, ma non voleva saperne di muoversi di lì. Un giorno sono salito su col secchio e non si è alzato. Era morto lì, dove voleva stare. Credo sia la fine che farò anch’io” aggiunse tranquillo.

Mentre caricava la carriola per prendersi altra legna Oreste gli fece “Penso che per un po’ siamo a posto con la legna. Domani mi potresti dare una mano che diamo una vangata all’orto. Tra una decina di giorni è già ora di seminare i piselli e le fave”.

“Si, mi hai dato un’idea sai, penso che lo farò anche da me un po’ d’orto. Mica potrai darmi da mangiare finché non arrivo alla pensione” scherzò lui.

Oreste alzò le sopracciglia, increspando le fitte rughe della fronte “se ti dai da fare non è un problema”.

“Ti posso chiedere invece un altro favore Oreste? Avresti del tabacco da pipa da darmi?”

Il vecchio lo guardò, accennò un sorriso, trasse dalla tasca una busta di tabacco comune e gliela passò.

“Ho trovato questa in camera di nonno” gli disse, tirando fuori dalla tasca la vecchia pipa.

Oreste la prese, se la portò vicino al viso e guardò dentro al fornello, poi con l’unghia del mignolo grattò via delle scaglie nere e dure simili a carbone. La abbassò e pulì il bocchino con un lembo della camicia, la portò alla bocca e provò a tirare. Cavò un pezzo di fil di ferro lungo una spanna dalla tasca, lo infilò nel cannello con un movimento deciso, quindi lo passò un paio di volte avanti e indietro. Infine se la portò di nuovo alla bocca e soffiò con forza. 

“Adesso è a posto” gli disse porgendogli la pipa “sa un po’ di stantio, ma fumando se ne andrà". Poi aggiunse “un giorno di questi ti prendi il mio Patrol e vai giù in paese a farmi un po’ di spesa, così prendi anche dell’altro tabacco, l’ho quasi finito. Hai visto che strada che ci hanno fatto l’anno scorso? Sembra un biliardo, altro che la vecchia mulattiera, te la ricordi?”

Lui annuì, poi chiese “A proposito, che cosa hanno costruito laggiù, in fondo alla strada, dove una volta c’erano i pascoli?”

Oreste alzò le spalle con disinteresse “ah una specie di hotel di lusso, un resort, come lo chiamano loro. Io credo sia solo una specie di bordello per ricconi. Sì chiudono laggiù lontano da tutto e chissà che porcate combinano”.

“C’è parecchio via vai, a tutte le ore. Grosse auto, furgoni. E hanno pure chiuso la strada con una sbarra” osservò lui.

“Te l’ho detto” concluse Oreste “i ricchi sono depravati. Quello, se tutto va bene, è un bordello e niente più”.

Tornato a casa, andò a staccare un altro paio d’assi dalla staccionata che dava sui campi. Trovò una sega nel magazzino e le tagliò, più o meno una lunga il doppio dell’altra. Cercò dei chiodi. Ormai erano tutti arrugginiti, ma andavano bene lo stesso e le inchiodò insieme alla meglio.

Andò sotto al grande leccio, nel punto dove si piazzava sempre il cane. Con qualche colpo ben assestato piantò la croce. Fece un paio di passi indietro e la guardò. Stava bene così. Era come se il vecchio maremmano stesse ancora lì a far la guardia alla collina.

Il mattino dopo era arrivato da Oreste preparato a vangare. Invece quello, quando uscì, tiro fuori un foglietto strappato dalla pagina di un calendario. Sulla parte bianca c’era la grafia del vecchio, sottile e obliqua. Cavò dalla tasca anche una banconota da cento euro e li appoggiò entrambi sul cofano sbiadito del suo Nissan Patrol. Poi estrasse il mazzo di chiavi della macchina e ce lo appoggiò sopra.

“Quella è la lista di quello che serve” grugnì e fece un colpo di tosse catarroso. “Dovresti avanzare qualcosa. Tienili per te, così magari ti dai una sistemata. E datti una mossa che per mezzogiorno voglio aver finito di vangare almeno il lato corto dell’orto”.

“Grazie non…” fece per dire.

“Non perdere tempo” lo interruppe l’altro “Bada a premere bene la frizione quando metti la retromarcia, altrimenti gratta. E attento ai carabinieri con la patente scaduta che ti ritrovi”.

Salire sul fuoristrada coi sedili logori e sfilacci di paglia sui tappetini di gomma fu come riprendere possesso di una parte dimenticata di sé. Gli mancava guidare.

Il motore a gasolio gorgogliò irregolare e sputò fuori una matassa di fumo nero e denso. Poco per volta conquistò la sua regolarità e allora inserì la marcia e partì. Le mani strette sul volante consumato, poteva sentire la puzza di fumo e di nafta che si mescolavano.

Il peso del mondo là fuori era quasi insopportabile. Le colline brunite così accese, il verde dei pascoli quasi accecante. L’asfalto della strada sfilava via fastidiosamente liscio sotto i copertoni consumati e induriti. Ritornò quell’ansia: di sbagliare qualcosa, farsi fermare dalla polizia, deludere qualcuno. Magari il vecchio Oreste.

In paese lo storico negozio di alimentari era cambiato. Ora era un piccolo supermercato di una catena straniera. Entrando sentì gli occhi addosso di due anziane, sedute tutte imbacuccate sulle sedie di vimini davanti casa.  Dietro la cassa c’era una ragazza giovane, coi capelli legati e l’uniforme ordinata che riprendeva i colori dell’insegna. Non la conosceva, se mai l’aveva vista prima, doveva essere stato quand’era solo una bambina. 

Mise nel carrello tutto quello che c’era nella lista e, una volta pagato, gli avanzò quasi la metà dei soldi. Si spostò allora allo scaffale degli alcolici. Scelse una grappa bianca, qualcosa di non troppo sofisticato. La pagò e la infilò nelle buste con l’altra roba. Forse un goccetto dopo cena non sarebbe dispiaciuto a Oreste.

Dopo essersi fermato a prendere il tabacco tornò verso casa. Oreste era già intento a vangare. Quando scese dalla macchina, posò la vanga e gli disse “Dove ti eri perso, non ricordavi più la strada? Forza sbrigati che c’è da lavorare. Porta dentro la roba e lasciala sul tavolo”.

Entrò con le due pesanti buste che gli segavano le dita. Riflettè per un attimo se dirgli della grappa. Tolse la bottiglia trasparente dalla busta, e la lasciò lì sopra il tavolo.

Vangarono per tutta la mattina in silenzio. Accompagnati soltanto dal gracchiare di un corvo che si faceva sentire. 

Ad un certo punto sbucarono due grosse berline tedesche nere dalla strada dietro la collina, e arrivate all’incrocio, si tuffarono con un rombo nella provinciale. 

Oreste alzò gli occhi dalla terra per guardarle. Scrollò la testa, e si rimise a lavorare.

A pranzo mangiarono un panino in silenzio. Oreste commentò soltanto che per la settimana successiva avrebbe voluto seminare. L’inverno ormai finiva presto da quelle parti, non era più come una volta. 

Finito di pranzare il vecchio si alzò, prese la bottiglia che aveva appoggiato con indifferenza sopra al mobile della cucina e versò un paio di dita di grappa in due bicchieri. 

“Non è male” sentenziò, mandando un verso di risucchio dalle labbra “di solito non bevo roba così forte. Fa male al fegato” aggiunse.

Il pomeriggio disse di voler riposare. Così lui pensò che avrebbe potuto cominciare a preparare anche il suo orto.

Scelse il lato a sud. Non aveva troppa pendenza e si trovava ancora sulla sommità della collina. Da quel lato l’erba era rada e bruciata dal freddo. Qua e là spuntavano i primi fiori di Veronica e Calendula selvatica, che punteggiavano il terreno di blu e arancione. Posizionò quattro grossi sassi a delimitare gli angoli e cominciò metodicamente a vangare il terreno dentro al quadrangolo.

Il sole era ancora alto. Non c’era vento e rimase a lavorare soltanto con la maglietta. Si sentiva bene. Erano bastate poche giornate di lavoro all’aria aperta a fargli tornare un vigore e una vitalità che non sentiva dall’adolescenza. Ogni tanto la lama della vanga incontrava una pietra più grossa. Allora faceva leva intorno, finché riusciva a estrarla con le mani. Aveva formato un mucchio in un angolo con tutti i sassi che raccoglieva mano a mano.

La lama incontrò l’ennesima pietra.

Si mise a lavorarne i lati per tirarla fuori. Fece leva con la vanga e la estirpò dal terreno. Si abbassò per prenderla e la rigirò. 

Il manico della vanga cadde con un tonfo sordo sulla terra nuda, lui rimase bloccato con gli occhi sgranati e la bocca aperta. Lanciò di scatto il sasso come se scottasse improvvisamente.

La pietra porosa, rossastra che aveva appena raccolto era un cranio umano.

Rimase attonito per un momento. Cominciò a guardarsi intorno, come se si aspettasse di essere osservato da qualche silenzioso testimone. 

La campagna era muta e deserta per chilometri.

Si sentì lo sventagliare dei remiganti di una gazza che riprendeva il volo.

Non sapeva cosa fare, cominciò a camminare avanti e indietro incredulo.

Si avvicinò di nuovo al cranio, e lo rigirò col piede. La mascella si era staccata, e un paio di molari penzolavano ancora dall’arcata superiore.

Decise finalmente di cercare il resto dello scheletro, forse avrebbe trovato qualche indizio che gli avrebbe permesso di capire di chi si trattasse. 

Chiunque fosse, pensò, doveva essere morto da molti anni.

Scendendo dal punto dove aveva trovato il cranio, gli fu abbastanza facile individuare anche la spina dorsale e quello che restava della gabbia toracica. Riuscì a trovare soltanto le ossa e qualche lembo di tessuto. 

Quello che restava ai piedi, erano i rimasugli di pesanti scarponi di cuoio. Ma ciò che gli fece comprendere davvero chi era stato un tempo quello scheletro, fu una placchetta di alluminio rettangolare che trovò insieme alle ossa del bacino. La ripulì grossolanamente dalla terra, e vide apparire un’aquila che sormontava una svastica e una scritta: Gott mit uns.

Si sentì in un certo senso sollevato dal sapere che aveva davanti il cadavere di un nazista morto più di mezzo secolo prima. Pensò che probabilmente non si poteva nemmeno parlare di crimine. Anzi, la figura di suo nonno che ammazzava soldati tedeschi sarebbe stata più quella di un eroe di guerra che di un assassino.

Continuò a scavare lì intorno per cercare altre tracce. 

Si imbatté in altri due scheletri, nello stesso stato di conservazione. L’unica differenza che poté notare, fu nella fibbia della cintura. Uno dei due ce l’aveva circolare e non presentava la scritta ma solo l’aquila e la corona di foglie di alloro.

Pensò che probabilmente quel soldato fosse di un grado diverso, forse era un ufficiale.

Quando finì di scavare si era fatto quasi buio. Era stremato dalla stanchezza e il freddo cominciava a penetrargli nelle ossa.

Entrò in casa, accese il camino e si scaldò davanti al fuoco, sempre osservando le fibbie che aveva appena ritrovato e che ora aveva ripulito meglio con uno straccio.

Pensava a dove avrebbe potuto trovare altri indizi su quello che era accaduto. Suo nonno non sembrava il genere di persona che aveva grandi segreti. Di sicuro non avrebbe potuto immaginare qualcosa di simile.

Ad un tratto gli si accese un’idea!

L’unico posto nel quale suo nonno non voleva che andasse a ficcare il naso era il suo armadio.

Avrebbe cominciato a cercare da lì.

Tolse tutti i vestiti e li buttò sul letto. Guardò dentro ai due cassetti alla base, dove c’era solo biancheria sbiadita e puzza di naftalina.

Si buttò in ginocchio a esaminare meglio l’interno dell’armadio. Il legno era liscio e levigato, anche se grezzo e non era verniciato. Cominciò a battere con la nocca sul fondo, sui lati, e infine sulla schiena dell’armadio. Proprio qui notò che lo spessore non coincideva rispetto alle dimensioni esterne. Mancavano una ventina di centimetri. Andò a prendere un coltello, e iniziò a far leva sulle stecche dell’armadio per rimuoverle. Non c’era verso di fare entrare la punta della lama, non c’era abbastanza spazio. Ad un certo punto il coltello scivolò di lato e si procurò un taglio sull’ultima falange dell’indice. Portò istintivamente il dito alle labbra e succhiò il sapore salato del sangue. 

Alla fine riuscì a incastrare il coltello e, con notevole sforzo, a fare leva per schiodare una delle assicelle. 

Finalmente la lama affondò nel vuoto e nell’aprire il varco liberò una sbuffata di aria polverosa. Andò avanti a forzare le altre stecche, ora molto più spedito, fino a ricavare un’apertura sufficiente per guardarci dentro.

Trovò un involto di stracci intorno a qualcosa di pesante. Si fece strada con la mano tra la stoffa, e le dita incontrarono il freddo acciaio e la forma inconfondibile della canna di un fucile.

Riuscì a tirarlo fuori con cautela, e dopo averlo liberato dagli stracci che lo intrappolavano riconobbe la linea spezzata dell’otturatore e la sagoma della canna. Era il profilo di un Karabiner 98k. Lo stesso che aveva visto in numerosi film di guerra e che armava i soldatini di piombo coi quali giocava da bambino. Era in perfetto stato: poteva sentire ancora l’odore pungente dell’olio misto al sentore metallico dell’acciaio lavorato. Passò la mano sul calcio di legno scuro, lucido ma con numerosi graffi e scalfiture. Sopra la camera di scoppio si vedevano ancora incisa la sigla AR e un numero: 1942.

Afferrò la maniglia dell’otturatore, tirò la palla di metallo, che all’inizio fece un po’ di resistenza ma poi iniziò a scorrere con una fluidità sorprendente. Sentì il doppio clack metallico. Sicuro, solido, figlio di una meccanica che non ammetteva errori. Non era carico. Soppesò l’arma imbracciandola. La trovò semplicemente bella. La bellezza di un animale feroce, rilassato, abbandonato in un riposo di oltre mezzo secolo ma pronto a scattare, spietato e sanguinario. Sentì tutto il potere di quel peso attraverso le braccia. 

Tirò il grilletto.

Ci fu il suono secco, metallico, del percussore che scattava a vuoto. 

Ma dentro la sua mente immaginò, desiderò, lo sparo.

Nel nuovo silenzio appoggiò delicatamente il calcio del fucile a terra. La ferita sul dito aveva lasciato una goccia di sangue sul fianco dell’arma, che colò giù fino ad accarezzare il grilletto.

Continuò a frugare nel doppio fondo. C’era, anch’esso avvolto negli stracci, un altro fucile identico al primo. Appoggiata sul fondo, invece c’era una pistola, richiusa dentro un panno piegato più volte. Era quasi completamente nera, sulla parte sinistra del carrello era impressa la scritta P38 e vicino la sigla byf43. Trovò la leva di sgancio alla base del calcio, e tirando un po’ tolse il caricatore vuoto. Tirò lo stesso il carrello, che rimase aperto, mostrando la camera vuota all’interno. Con il pollice, abbassò la piccola leva zigrinata sul lato sinistro. Il carrello scattò in avanti fulmineo, chiudendosi in un morso d’acciaio che gli vibrò su per il polso. 

Posò la pistola e tornò al doppio fondo nell’armadio. Afferrò qualcosa di rigido con la mano: era una custodia in bachelite nera con dentro un binocolo. Tolse il tappo indurito dalle ottiche oculari e le portò davanti agli occhi, respirando l’odore di resina e di chiuso. A parte una piccola macchia di muffa sulla lente destra, funzionava perfettamente. Il reticolo graduato trasformava la stanza in un campo di tiro.

Si mise a tastare sul fondo, per sentire se era rimasto altro. C’erano le giberne dei soldati. Ce n’erano quattro, con tre tasche, ognuna delle quali conteneva due strisce con cinque proiettili per il fucile. Il cuoio era rigido e crepato, e nell’aprire una delle tasche si spezzò, friabile  come un cracker. I proiettili all’interno invece sembravano in buone condizioni, lisci e con il bossolo che mostrava ancora il suo colore bronzo opaco.

Trovò infine una scatola di latta di quelle alte, in parte arrugginita, di pastiglie balsamiche Valda. Era pesante e sollevandola si udì un tintinnare cristallino, quasi contenesse un tesoro. L’aprì con un po’ di sforzo e ci trovò i proiettili 9mm della pistola. Ancora perfetti.

Quella notte il suo sonno fu irrequieto. Sognò il vecchio pastore maremmano che gli correva incontro. Saliva veloce su per il pendio, come un fantasma pallido attraversava il sentiero di terra scura che squarciava il prato. Gli arrivò di fronte e si sedette, sotto il grande leccio. Aprì la bocca e fece cadere qualcosa. Lui si avvicinò e vide tra le zampe del cane un cranio umano, senza mascella, con le orbite vuote come due cavità di tenebra. Poi udiva la voce di Oreste che gli diceva “Quel sangue, hai fatto scorrere tutto quel sangue”. Si ritrovava col fucile imbracciato tra le mani. Prendeva la mira, puntando tra i rami del leccio e sparava. Il fucile si animava, come qualcosa di vivo e guizzante, con un rinculo pesante e quasi doloroso che gli colpì la spalla. Lo sparo echeggiò tutto intorno. Caddero tre corvi morti, uno dopo l’altro, con le ali aperte. Il loro becco era rosso come il sangue. In mezzo all’erba, lì vicino, spiccavano due uova, candide tra il verde. Si schiusero, lentamente, prima una, poi anche l’altra. Ne emersero due occhi, due profondi occhi neri, irraggiati di capillari infiammati come fiumi di lava incandescente che lo fissavano. Sapeva che non lo avrebbero lasciato andare più.

Fine parte prima di due.

Il Sentiero Del Cane testo di Andy_Phin
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